
Era il 24 marzo 1991 quando le porte di Palazzo Grassi si aprirono su "I Celti, la prima Europa". Ottocentomila visitatori. Circa duemilacinquecento pezzi provenienti da oltre 200 musei di 24 paesi europei. Il calderone di Gundestrup che brillava sotto le luci della Venezia degli Agnelli, in un allestimento firmato da Gae Aulenti. Una mostra che non si limitò a esporre reperti: piantò un seme.
Dieci anni fa, su queste pagine, scrivevamo del venticinquesimo anniversario di quella mostra. Chi firmava quell'articolo si definiva "un celtico della seconda ora" e lanciava un appello: raccogliere le testimonianze di chi c'era stato. Oggi, a trentacinque anni di distanza, non serve più cercare testimoni. La prova che quel seme è germogliato è ovunque.
I festival: una scena che non smette di crescere
Chi dieci anni fa avesse predetto che il Montelago Celtic Festival avrebbe esaurito i biglietti Early Bird in due ore nel 2026, sarebbe stato preso per visionario. Eppure è esattamente quello che è successo per la ventitreesima edizione, in programma dal 5 all'8 agosto sull'altopiano di Colfiorito. Nato nel 2003 come "Montelago Celtic Night" — una serata sola, con 400 persone attese e 5.000 che si presentarono — oggi il festival è il più grande evento celtico d'Italia: cinque palchi, cinquantaquattro ettari, oltre diecimila presenze al giorno. Nel 2024 sono state rifiutate seimila richieste di biglietti per raggiungimento della capienza massima.

Ho avuto la fortuna di esserci, tra quelle colline marchigiane. E posso dire che non si tratta solo di musica: è un popolo — il "Popolo di Montelago", come lo chiamano i locali — che si ritrova ogni anno intorno a falò, cornamuse e una birra condivisa sotto le stelle.
Non è solo Montelago. Celtica Valle d'Aosta festeggia nel 2026 il suo trentesimo anniversario: dal 2 al 5 luglio, ai piedi del Monte Bianco nel Bosco del Peuterey, il festival celtico più alto d'Europa continua a portare musica, conferenze e laboratori con oltre trecentomila presenze cumulate dal 1997. A Trieste, il Triskell Celtic Festival ha celebrato nel 2025 la sua venticinquesima edizione, dieci giorni di concerti internazionali affacciati sull'Adriatico.
E la scena si allarga. Dopo il 2016 sono nati nuovi festival: il CelticWave Fest a Milano, il Feffarkhorn nel trevigiano, il Roma Celtic Festival nella Capitale. L'Arezzo Celtic Festival ha strutturato un ciclo di quattro eventi annuali: Beltane, Leprechaun, il festival principale e Samhain. Circa ventotto festival celtici sono attivi oggi in Italia — meno dei cinquanta del picco iniziale intorno al 2001, ma più solidi, più grandi, più professionali.
Il Covid ha colpito duramente: nel 2020 e 2021 quasi tutti i festival si sono fermati. Ma la ripresa è stata travolgente, con edizioni record nel 2024 e 2025. Come hanno detto gli organizzatori del Montelago: "Se non si può fare bene, non si fa." E quando si è potuto fare di nuovo, il pubblico è tornato — più numeroso di prima.
L'archeologia continua a sorprendere
Mentre i festival crescevano, anche la terra restituiva i suoi segreti. La scoperta più clamorosa degli ultimi anni è la necropoli preromana di via Santa Croce a Trento, emersa nel 2024-2025 durante lavori edilizi nel centro storico: 270 tombe a cremazione della prima età del Ferro, con stele funerarie monumentali alte fino a 2,40 metri, perfettamente conservate sotto strati alluvionali. È stata classificata come la seconda scoperta archeologica più importante d'Italia nel 2025.
A Marano di Valpolicella, in provincia di Verona, le campagne di scavo 2022-2024 al Tempio di Minerva su Monte Castelon hanno rivelato un'area votiva dell'età del Ferro con oltre cento anelli bronzei di tipo "subalpino", testimonianza della frequentazione del santuario da parte di popolazioni retiche e celtiche.

Sul fronte internazionale, la mostra "Celts: Art and Identity" al British Museum (settembre 2015 — gennaio 2016), la prima grande esposizione sui Celti in Gran Bretagna dopo quarant'anni, ha segnato un punto di svolta. E nel marzo 2026, all'Harvard Art Museum, ha inaugurato "Celtic Art Across the Ages": quasi trecento oggetti in quella che è la prima grande mostra sull'arte celtica mai allestita negli Stati Uniti. I Celti hanno attraversato l'Atlantico.
Un capitolo amaro: nel novembre 2022, il furto delle 483 monete d'oro celtiche dal Kelten Römer Museum di Manching, in Baviera — il più grande ritrovamento di oro celtico del XX secolo. I ladri tagliarono i cavi delle telecomunicazioni e fuggirono in nove minuti. Tre uomini sono stati condannati nel luglio 2025, ma la maggior parte del tesoro resta perduta, fusa in lingotti irriconoscibili. Una ferita aperta per l'archeologia celtica.
E la scienza apre nuove frontiere: nel febbraio 2025, un team dell'Università di Copenaghen ha pubblicato uno studio genomico su 4.587 genomi antichi che supporta il modello "Celtic from the East" — le lingue celtiche si sarebbero diffuse dall'Europa centro-orientale verso ovest, attraverso le culture di Urnfield, Hallstatt e La Tène. Se confermato dalla peer review, potrebbe riscrivere la storia delle origini celtiche.
Dai forum alle storie: come è cambiata la comunità
Chi frequentava la rete celtica italiana degli anni Duemila ricorderà CelticWorld.it: fondato nel solstizio d'inverno del 1999, per quasi quindici anni è stato il punto di riferimento per appassionati, musicisti, rievocatori. Circa mille articoli, un forum vivacissimo, il luogo dove ci si incontrava prima di incontrarsi davvero. Nel 2013 ha chiuso. Una breve rinascita nel 2019 non ha retto, e oggi il sito è inaccessibile.
Come CelticWorld, anche il forum "Le Terre dei Celti" — oltre centomila messaggi, 644 membri — si è spento: l'ultimo post risale al 2011. La migrazione verso Facebook e Instagram ha frammentato la comunità ma l'ha anche allargata. Blog come Terre Celtiche e portali come festeceltiche.it — con la sua mappa interattiva di tutti gli eventi — mantengono vivo il tessuto informativo.
Una novità significativa è arrivata nel 2022: il podcast "Storie di Celti intorno al Fuoco", prodotto dalla Celtic Harp International Academy di Pamparato, che porta miti irlandesi, il Mabinogi e le festività celtiche nelle cuffie degli ascoltatori, accompagnati dal suono dell'arpa. Un formato nuovo per contenuti antichi.
Musica e danza: quando il corpo ricorda
La musica celtica italiana è viva. I Modena City Ramblers, nati proprio nel 1991 — lo stesso anno della mostra di Palazzo Grassi — continuano a calcare i palchi dopo trentacinque anni e oltre cinquecentomila album venduti. I Folkstone, dopo una pausa nel 2019, sono tornati nel 2023 e nel 2025 hanno pubblicato "Natura Morta", con una collaborazione proprio con i Modena City Ramblers. L'arpa celtica di Vincenzo Zitello, pioniere in Italia, continua a ispirare nuove generazioni di musicisti.
Ma è la danza che mi ha sorpreso di più in questi anni. Ho cominciato a ballare Scottish Country Dance — e scoprire che in Italia esiste un ramo ufficiale della Royal Scottish Country Dance Society, fondato nel 2011 a Bologna, con corsi anche a Marostica e in altre città, è stata una rivelazione. Non sapevo che fossimo in così tanti.
La danza irlandese è ancora più radicata: la Gens d'Ys, fondata nel 1993, oggi ha trentacinque sedi in trenta città italiane. Dalla Tara School di Milano alla IRIS di Firenze, dalla Clover alla ROIS di Roma, centinaia di italiani ogni settimana eseguono jig e reel — e qualcuno va ai campionati europei e mondiali.
Sono stato anche a Edimburgo. E lì, camminando per la Royal Mile, ascoltando le cornamuse echeggiare tra i palazzi della Old Town, ho capito una cosa: la cultura celtica non è un'astrazione accademica. È un modo di vivere, di muoversi, di stare insieme. Ed è questo che i giovani cercano.
I giovani e il richiamo della tradizione
Perché la cosa più sorprendente di questi ultimi dieci anni è proprio questa: l'interesse per la cultura celtica non sta invecchiando con noi. Al Montelago, il pubblico è prevalentemente tra i 18 e i 35 anni. I visitatori arrivano da ventidue paesi europei e diciotto nazioni extraeuropee. Il neodruidismo, con realtà come il Cerchio Druidico Italiano e la sezione italiana dell'OBOD (aperta nel 2009), attira sempre più giovani. Non per nostalgia — loro non hanno nostalgia di un passato che non hanno vissuto — ma per un bisogno di radici, di ritualità, di connessione con la natura e con una dimensione comunitaria che la vita digitale non riesce a offrire.
Palazzo Grassi, trentacinque anni dopo
Palazzo Grassi oggi è un'altra cosa. Nel 2005 François Pinault l'ha acquistato per 29 milioni di euro, Tadao Ando l'ha ristrutturato, e ora ospita arte contemporanea. Le stanze dove il calderone di Gundestrup brillava non accoglieranno più guerrieri di bronzo e torques d'oro.
Ma il catalogo di quella mostra — 795 pagine curate da Moscati, Kruta, Frey, Raftery e Szabó — continua a circolare. Ne possiedo una copia e la custodisco gelosamente: non è un pezzo raro nel senso antiquario, se ne trovano ancora copie usate, ma sfogliare quelle pagine è ogni volta un viaggio nel tempo. Dei cinque curatori, quattro ci hanno lasciato: Sabatino Moscati nel 1997, Barry Raftery nel 2010, Otto Hermann Frey e Miklós Szabó entrambi nel 2023. Venceslas Kruta, nato nel 1939, resta il custode di una memoria che ha formato generazioni di archeologi e appassionati.
Il seme ha messo radici
Trentacinque anni fa, la domanda era se l'Italia fosse pronta a riscoprire le sue radici celtiche. Oggi la risposta è nei numeri — i festival che esauriscono i biglietti, le scuole di danza che aprono nuove sedi, le scoperte archeologiche che confermano quanto il Nord Italia fosse terra celtica — ma soprattutto nelle persone.
Nella ragazza che al Montelago balla la sua prima gavotta bretone intorno al fuoco. Nel ragazzo che a Bologna impara i passi di una Scottish Country Dance. Nella bambina che a Trento, forse, passerà un giorno sopra la necropoli di via Santa Croce senza saperlo, ma portandone dentro l'eco.
La mostra di Palazzo Grassi piantò un seme. Trentacinque anni dopo, è diventato un bosco.

